I giardini


Foto della fine dell'800

Non vi è in Lombardia una residenza di campagna che più di Villa Cicogna Mozzoni possa riflettere e magnificare il genio rinascimentale di un architettura fatta di spazi interni ed esterni che tra di loro si compenetrano e si fondono in un insieme dal disegno chiaro, nitido e arioso.


Disegno di parterre del giardino formale

Il giardino non riceve dalla villa il suo ordinamento, come prescrivevano i canoni albertiani, ma è l’edificio che sembra aprirsi in modo da accogliere le luci e le magnifiche prospettive dell’esterno in un perfetto gioco di equilibri. Questo risultato non è dovuto ad un progetto unitario e non si conoscono gli architetti che qui operarono ma solo le tappe fondamentali dei lavori che si succedettero negli anni.
Nel XV° secolo sorgeva a Bisuschio, su un poggio dinanzi al maestoso gruppo prealpino di Viggiù, vicino al lago di Lugano, una casa di caccia della famiglia Mozzoni. Nel 1476, come riportano le cronache del tempo, Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, ospite dei Mozzoni per una battuta di caccia, venne travolto da un orso e fu coraggiosamente salvato da Agostino Mozzoni e dai suoi cani. Da quel momento le sorti della famiglia conobbero nuova e ricca fortuna. La casa di Bisuschio fu trasformata e grandemente ampliata da Ascanio Mozzoni tra il 1530 e il 1559. Questi non aveva che una figlia, Angela, che nel 1580 andò in sposa a Giovan Pietro Cicogna e i cui figli furono i conti Cicogna Mozzoni che sono, in una secolare continuità storica, gli antenati degli attuali proprietari.


Terrazza a nord

I giardini, la cui sistemazione è rimasta invariata nella parte centrale, sono stati sistemati verso il 1560 da Ascanio Mozzoni, uomo di cultura che nei suoi viaggi a Firenze e a Roma fu certamente attento a quanto si andava costruendo nelle ville medicee e pontificie.


Terrazza a nord

La villa è a forma a U e le due braccia si aprono su di un perfetto giardino all’italiana chiuso nel fondo da un muro di pietra spugnosa, probabile ricordo delle fiorentine grotte di Castello, scavato da nicchie e fiancheggiato da due peschiere.


Statua in una nicchia del muro di tufo (Tufo spugnoso proveniente da Cima di Porlezza)

Il muro è alto quanto il piano terra della casa, così che il giardino si trova ad essere inglobato nella villa, quale una grande sala a cielo aperto arredata di statue, di prati e di fontane. Il pianterreno delle due braccia è costituito da un ininterrotta serie di arcate che realizzano una perfetta continuità tra lo spazio esterno e quello interno portando la luce del giardino nei saloni.


Portico (Foto di Robert E. Bright)

Il loggiato, inoltre, è interamente affrescato con motivi floreali, ghirlande di fiori e tralci di vigna. le pitture sono opera dei Cremonesi fratelli Campi della loro bottega, non anteriori al 1560 come nota il Bascapè e assolvono ad una funzione prettamente architettonica di transizione mutando lo spazio del loggiato in uno spazio naturale che appartiene come volume all’edificio ma come decorazione e colore al giardino che viene così immesso nella casa. E’ uno squisito capolavoro rinascimentale che si ritrova a Roma nella villa di Papa Giulio II, e negli affreschi di Giovanni da Udine nella Farnesina: l’arte del giardino confluisce nell’architettura tramite la pittura, senza cesura, ma nella più stretta armonia delle arti.


Scalinata di 156 gradini (Foto di Vincent Berg)

Oltre al muro che chiude il giardino rinascimentale, la collina sale seguendo la linea prospettica di una delle più celebri scalinate d’acqua del Cinquecento: una doppia fila di cipressi accompagna fino ad un loggione lo sguardo, che da lì ridiscende seguendo due rampe di gradinate tra le quali scorre un ruscello che porta le acque a fermarsi in una fontana decorata con un mascherone, posta all’altezza delle finestre della gran sala del piano nobile. La villa è inoltre circondata da ampie terrazze con grandi giardini all’italiana. Più oltre inizia il parco romantico. Questo giardino deve molto alla grande architettura rinascimentale romana, ma la grandezza e l’imponenza delle prospettive e delle vedute è qui riassorbita in un gioco dinamico che al fasto sostituisce l’eleganza, mentre la grandiosa ampiezza si muta in serena misura. (Testo tratto dal libro “Giardini italiani” di Marella Agnelli - Fabbri Editori 1987)